Inaugurazione di “Abitare il tempo” dell’artista palestinese Taysir Batniji

Inaugurazione di “Abitare il tempo” dell’artista palestinese Taysir Batniji

pubblicato il 19.11.25
Venerdì 21 novembre, alle 18, alla Palazzina dei Giardini ducali la mostra che racconta l’esilio da Gaza ed evoca l’orrore della guerra

L’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani sancisce la libertà di viaggiare, di scegliere il luogo in cui vivere, la possibilità di lasciare il proprio Paese e ritornarvi. Sono parole che nell’opera “Non di solo pane vive l’uomo” sembrano impresse nella pietra, ma in realtà si tratta di saponette di Marsiglia allineate come mattoni. Parole, quindi, destinate a sciogliersi, proprio come ci si può lavare le mani di quei diritti.

È un esempio dell’ironia amara che Taysir Batniji, uno dei più significativi artisti della diaspora palestinese, utilizza per raccontare il tema dell’esilio o evocare l’orrore della guerra nella mostra “Abitare il tempo” che si inaugura a Modena venerdì 21 novembre, alle 18, alla Palazzina dei Giardini ducali.

Organizzata da Fondazione Ago, a cura di Daniele De Luigi, la mostra, che si apre proprio con l’articolo 13 scritto in francese, una lettera per ogni saponetta, propone una riflessione dove l’attualità si intreccia con le memorie personali e familiari di un artista originario di Gaza che da anni vive in Francia ma resta profondamente legato alla terra di origine da cui, però, è tenuto lontano da anni.

All’inaugurazione, oltre all’artista, intervengono la presidente di Fondazione Ago Donatella Pieri, l’assessore alla Cultura del Comune di Modena Andrea Bortolamasi, il presidente di Fondazione di Modena Matteo Tiezzi, la docente di Storia Contemporanea di Unimore Maria Chiara Rioli e il curatore Daniele De Luigi che nell’anteprima per la stampa ha spiegato: “Abitare il tempo è la risposta dell’artista all’impossibilità di abitare lo spazio. E le opere proposte in questa prima retrospettiva in un’istituzione italiana ben rappresentano il tema dell’esilio e del ritorno, della memoria, dei diritti, l’identità negata. Batniji aspira a una dimensione artistica universale, ma resta inseparabile dalla storia palestinese, sebbene vista attraverso uno guardo intimo e personale; si confronta con la violenza, con il genocidio e con l’orrore senza rappresentarli in modo esplicito, ma evocandoli”.

Tra le altre opere in mostra, un mazzo di chiavi in vetro che richiama simbolicamente una casa a Gaza dove l’artista non è potuto tornare e che ora non esiste più. Oppure una clessidra adagiata, dove la sabbia non scorre, che rappresenta il tempo cristallizzato in una fragile attesa. E poi immagini di altre chiavi: decine di fotografie accompagnate da brevi descrizioni, dove riecheggia la memoria di altrettante case abbandonate a causa dei bombardamenti. Mentre un’altra serie di fotografie presenta, con un effetto straniante, ruderi di case con il linguaggio tipico degli annunci immobiliari. E l’attualità irrompe anche in un recente dipinto che evoca, fuori fuoco, le immagini della popolazione sradicata dall’esercito israeliano. 

I visitatori, inoltre, possono espandere la mostra cliccando su disegni di codici QR realizzati a mano dall’artista: le fotografie che appaiono mostrano oggetti che Batniji avrebbe voluto inviare ai familiari a Gaza, mai arrivati a causa dell’embargo. I codici sono riprodotti a matita: un’operazione lunga e ripetitiva, che richiede tempo ed è un modo per evocare l’attesa di un impossibile ritorno a casa.

 

Nell’immagine, un dettaglio dell’opera “Non di solo pane” (Man Does Not Live on Bread Alone #2, 2012 - articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo incisa su saponette di Marsiglia - 81x253x4 cm - Produzione Marseille-Provence 2013, Ateliers de l’EuroMéditerranée. Courtesy of the artist and Sfeir-Semler Gallery Beirut/Hamburg. Foto di Rolando Paolo Guerzoni)

Sotto, un momento dell’anteprima per la stampa (con, da sinistra, la presidente di Fondazione Ago Donatella Pieri, l’artista Taysir Batniji, il curatore Daniele De Luigi e la docente di Storia Contemporanea di Unimore Maria Chiara Rioli; foto di Davide Sabattini) e alcune immagini della mostra (foto di Rolando Paolo Guerzoni)

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