Francesco Maria d'Este, nato a Modena nel 1698, divenne duca alla morte del padre, Rinaldo I d'Este, il 4 dicembre 1737. Mosso - a differenza della figura paterna - dagli ideali illuministi dell’Europa settecentesca, e animato dal vivace spirito francese della consorte Carlotta Aglae, fu promotore di interventi importanti che cambiarono radicalmente l’aspetto della città. E’ in questa ottica di rinnovamento che venne a definirsi il progetto per il Grande Spedale Sant’Agostino, realizzato con l’obiettivo di unire in un’unica struttura tutte le opere pie assistenziali costituivano stroricamente la Santa Unione.
La predisposizione d’animo del duca verso l’illuminismo non fu casuale: ben prima della sua nomina ebbe come precettore il sacerdote Ludovico Antonio Muratori. Uomo di fede e di vastissima cultura, abbandonò il suo incarico di dottore all’Ambrosiana nel 1700, quando venne chiamato a dirigere la biblioteca modenese del duca Rinaldo I d'Este. I suoi trattati “Della carità cristiana” e “Della pubblica felicità” furono d’ispirazione per la città, portando a una svolta virtuosa la politica, che divenne più attenta al benessere fisico e morale dei suoi sudditi.
Il 30 marzo 1753 il progetto venne approvato. Situato davanti all’Albergo dei Poveri, per realizzarlo vennero rimaneggiati o rasi al suolo interi edifici sulla Via Emilia, il Monastero e la Chiesa di San Girolamo. Sotto la guida di Giuseppe Sozzi, furono necessari 9 anni per completare la costruzione dell’edificio, ultimato il 29 dicembre 1762. Per festeggiare l’inaugurazione della prima parte del progetto, avvenuta il 30 novembre 1758, il Duca commissionò a Pietro Sola, incisore, una serie di “medaglie da porsi nei fondamenti del nuovo grande ospedale.”
Posta ai piani inferiori del Nuovo Ospedale, dove si trova tuttora, la spezieria era originariamente collocata all’Ospedale della Cadè. Il mestiere dello speziale era tenuto in grande considerazione: il suo incarico consisteva nel gestire la spezieria, eseguire le preparazioni richieste dai medici e assicurarsi che non mancassero mai preparati curativi per i degenti. Tra questi, ad esempio, vi era lo Spirito Teriacale Dolcificato, la cui ricetta divenne esclusiva del Grande Spedale. Spesso inoltre, la farmacia ospitava giovani studenti di Botanica, che qui si esercitavano nelle preparazioni chimiche dei medicinali.
Storicamente gli ospedali adottavano insegne o stemmi per onorarne i fondatori o chi li gestiva. Fin dalla sua inaugurazione la gestione del Nuovo Ospedale venne affidata alla Santa Unione, una congregazione delle opere pie assistenziali della città, proclamata ufficialmente il 18 luglio 1541. Il suo simbolo era la Mano Benedicente, collocato proprio sotto l’emblema del Grande Spedale, costituito dalle insegne del Duca Francesco III D'Este. La sua sede principale era la Cadè - la Casa di Dio - un antico ospedale dedicato ai trovatelli fondato da Guglielmo della Cella nel 1260. Il luogo è oggi identificato come Via Della Cerca, non molto distante dal Grande Spedale.
Due anni dopo il completamento del Nuovo Ospedale si assistette a un importante passaggio di testimone con la fondazione dell’Opera Pia Generale avvenuta il 30 marzo 1764. La nuova istituzione fu il risultato di una trasformazione e modernizzazione pratica e concettuale dei servizi assistenziali. Con l’Opera Pia Generale, infatti, si compì il passaggio epocale dall’assistenza caritativa, fondata sul precetto evangelico, al moderno concetto di assistenza pubblica patrocinata dallo Stato. Il mutamento trovò espressione anche nello stemma dell’ospedale che da questo momento divenne la mano patente, corredata dal motto "Patet Omnibus" che indica l'assistenza aperta a tutti.
Un tempo era credenza comune che le persone con disturbi mentali fossero possedute dal demonio o soggette a un maleficio. Solo nel Seicento il medico legale romano Paolo Zacchia comprese che queste persone avevano bisogni specifici di cura. Da quel momento, anche grazie al contributo di figure come la duchessa Laura Martinozzi, i pazienti trovarono un loro spazio in istituzioni come l’Ospedale di San Lazzaro a Modena.
Fu a partire dal 1755 che la Santa Unione decise di costruire il ricovero dentro il Nuovo Ospedale, ribattezzato L’Ospizio dei Pazzi. Restò però solo un luogo di permanenza prima del trasferimento all’Ospedale San Lazzaro di Reggio Emilia, come da convenzione stipulata il 17 marzo 1757.
Ci vollero secoli prima che la condizione medica e patologica avesse il suo riconoscimento: a Modena i primi reparti di isolamento comparvero nel Cinquecento, sotto la guida della Santa Unione. La svolta arrivò a metà Settecento con il Grande Spedale, dove nacque l’Infermeria Venerei, separata dalle Generali Infermerie. Si trattava di un edificio dedicato alla cura stagionale della sifilide: in primavera gli uomini, in autunno le donne. Il piano inferiore serviva a Lettori dell’Università e medici per praticare l’anatomia, fino all'apertura del Teatro Anatomico, voluto e inaugurato il 25 gennaio 1775 dal celere anatomista Antonio Scarpa.
Dal 1541 l'incarico di accogliere i bambini lasciati di nascosto nella Ruota di Strada o consegnati tramite Contenta, un documento vincolante attraverso cui le donne si dichiaravano “contente” di affidare la prole, era riservato esclusivamente alla Santa Unione. Per facilitare il riconoscimento, mantenendo la riservatezza delle famiglie coinvolte, ai trovatelli veniva affidato un nome e un cognome fittizio. Non a caso, il più diffuso nel modenese fu Della Casa. Gli orfani furono ospitati nella Casa di Dio in via della Cerca fino al 1768, quando vennero trasferiti nell'albergo Arti dove rimasero fino al 1788.
Fabbro ferraio e modenese di nascita, Giovanni Battista Malagoli fe la storia del ‘700 modenese. Le sue opere, richieste in tutta la città, sono riconoscibili in diversi luoghi simbolo di Modena, come il Duomo, l’Università o alcuni tra i più bei palazzi del centro storico. Il Nuovo Ospedale Sant’Agostino vanta alcuni interventi dell’artigiano, tra cui le inferriate in facciata, le cimase decorative poste sopra le porte e l’imponente cancellata dell’atrio interno. Tra i suoi estimatori anche l’orefice Felice Riccò, che, a fine Ottocento, coinvolse varie personalità per dedicare al Mastro un’iscrizione commemorativa, collocata nel Museo Civico.
Tra le prime pazienti ricoverate in Sant’Agostino, Francesca Toscani è anche la prima defunta del Nuovo Ospedale. Chi entrava al Sant'Agostino nella seconda metà del Settecento vi restava per circa 40-50 giorni. Alcuni ne uscivano guariti, molti invece morivano nell’edificio, spesso perché ricoverati in uno stato di malattia avanzata. Ogni paziente otteneva diagnosi, terapia e dieta personalizzata; l’approccio seguito dai medici dell’ospedale non si limitava a curare le conseguenze della malattia ma a individuarne le cause primarie. Francesca Toscani morì il 13 dicembre del 1758, pochi giorni dopo il ricovero.
Poco tempo dopo l’inaugurazione del settore “civile” nel 1758, iniziarono i lavori per l’edificazione del reparto destinato ai militari. Era il 13 giugno 1759. Seppure nella struttura i due bracci perpendicolari fossero simili, il nuovo reparto doveva caratterizzarsi per un’organizzazione più disciplinata e per la presenza di malati in condizioni più gravi.
Il 21 luglio 1759, poco dopo l’apertura, il Duca Francesco III ordinò l’ampliamento dell’ospedale e il raddoppio della facciata occidentale. Oltre all’infermeria e all’ospedale militare, furono previsti nello stesso edificio una casa di correzione, un teatro anatomico e un ospizio per mendicanti. A supporto del progetto regole precise che, stabilite nel 1759 da una commissione, vennero racchiuse in tre libri contenenti indicazioni per amministrazione, servizi di assistenza e la casa di correzione annessa, oltre alla convenzione con l'ospedale di S. Lazzaro di Reggio Emilia per il ricovero dei pazzi.
Con il Nuovo Ospedale Sant’Agostino, struttura complessa ed efficiente, Modena aveva a disposizione un luogo attrezzato, con professionisti pronti ad accogliere, studiare e curare con metodi innovativi un sempre più vasto ventaglio di infermità e indisposizioni. Come ringraziamento, l’intera cittadinanza si mobilitò per far realizzare un monumento in onore del Duca Francesco III. La statua equestre fu posizionata tra il Grande Spedale e l’Albergo Arti, in Piazza Sant’Agostino, dove venne inaugurata il 24 aprile del 1774.
Il 22 Febbraio 1780, Francesco III si spense nella sua tenuta di Varese. A succedergli il figlio Ercole III, principe ereditario, su cui vennero riposte molte speranze come degno successore.
Proprio come il padre, Ercole III si adoperò al completamento e al rinnovo di molte strutture cardine della città, tra cui il Grande Albergo dei Poveri che divenne Albergo Arti. Sgombrato il luogo, il duca fece arrivare da Bologna i migliori maestri e operai della seta per insegnare alle ragazze senza impiego l’arte del filamento e costruire un laboratorio di produzione di drappi e veli. La produzione di tessuti interessò non solo il fabbisogno locale, ma anche e l’esportazione.
Ben presto i venti della Rivoluzione francese soffiarono anche in Italia. Nel 1796, con l’avvicinarsi dell’Armata d’Italia a Modena, il Duca Ercole III abbandonò la città per rifugiarsi a Venezia. In città rimase, unica erede, la figlia Maria Beatrice Ricciarda, che il 15 ottobre 1771 si sposa con il figlio dell'Imperatrice Maria Teresa, l’Arciduca Ferdinando Carlo Antonio d'Asburgo-Lorena, dando origine alla linea d'Austria Este. Napoleone Bonaparte, nel frattempo, instaurò anche a Modena un governo di impostazione franco-giacobina. Come segno del cambiamento politico, durante le sommosse, i simboli del potere estense furono colpiti o rimossi e, il 12 ottobre 1796, in piazza Sant’Agostino venne collocata una statua della Libertà. Ercole III morì a Treviso il 14 ottobre 1803.
Lo stato di guerra comportò un aumento considerevole di degenti locali, sia civili che militari, ma anche provenienti dalle truppe francesi. La crisi che ne conseguì venne gestita grazie ad una riforma messa a punto già durante il ducato di Ercole III. I Conservatori della Città resero economicamente sostenibili le Opere Pie Generali e il 5 settembre 1807, con decreto del viceré Eugenio de Beauharnais, nacque la Congregazione di Carità. Suddivisa in tre commissioni, alla prima era affidata l'amministrazione dell'Ospedale.
Il governo del viceré Eugenio de Beauharnais terminò il 15 luglio 1814 con la Restaurazione del ducato estense da parte di Francesco IV d'Austria Este. Figlio dell’ultima estense Maria Beatrice Ricciarda e dell’Arciduca Austriaco Ferdinando d'Asburgo-Lorena, Francesco IV si adoperò per una generale riorganizzazione dell'Ospedale, sia per quanto riguarda la funzione assistenziale, sia per l'insegnamento universitario della Medicina. In quest’ottica, nel 1818 fu costruito un nuovo piano destinato al Museo Anatomico.
Durante il governo Austro-Estense, il Grande Ospedale Sant’Agostino si trovava in condizioni economiche difficili, seppure ancora sostenibili. Per ragioni politiche e di controllo della formazione, il duca Francesco IV impose che gli studenti di medicina risiedessero in un Convitto Medico. La residenza si costituì in prossimità del Nuovo Ospedale: vennero così acquistate delle case in via della Cerca, confinanti con la Chiesa di S. Pietro Martire. Realizzato dall'Ing. Vittorio Martinelli, il convitto venne inaugurato il 12 dicembre 1822.
Nel 1826 venne inaugurato un reparto di Clinica chirurgica, aperto in alcune sale della Casa di Ricovero istituita nel 1812 nell’Albergo Arti dal viceré Eugenio de Beauharnais. La ristrettezza dei locali impose la scelta di dividere l’Ospedale in due sezioni; a partire dal 1834 i reparti femminili vennero trasferiti all'Albergo Arti mentre quelli maschili rimasero nel Grande Spedale. Intanto, per rimettere in sesto le sorti della Congregazione di Carità, Francesco IV istituì un nuovo Ente: il 28 dicembre 1829 nacque l’Intendenza dell’Opera Pia Generale, guidata da nobili ed ecclesiastici scelti personalmente dal Duca.
Dal 1841 i reparti femminili, trasferiti nell’Albergo Arti, furono affidati alle Sorelle della Carità e alla loro Superiora Suor Rosalia Thouret, nipote della fondatrice dell'ordine. Grazie alle loro capacità organizzative, in breve tempo ottennero non solo la gestione dell’assistenza, ma anche l’appalto della cucina, del guardaroba, della cantina e dei magazzini, oltre a un assegno ducale di diecimila lire annue. Per la fede cristiana vissuta al servizio dei poveri e dei bisognosi, Rosalia Thouret venne sepolta nella chiesa di Sant'Agostino.
Tra i busti che oggi accolgono i visitatori nel Grande Atrio dell’ospedale, svetta al fianco di eminenti medici e cattedratici modenesi dell’età umbertina l’immagine di Suor Celeste. Reggiana di nascita, prese i voti nel 1837 entrando a far parte delle Sorelle della Carità, operanti nei reparti femminili dell'Ospedale. Di lì a poco iniziò il suo servizio agli infermi, che durò per oltre sessant’anni. Molto devota alla causa, assistette i malati durante la terribile epidemia di colera che infuriò a Modena nel 1855. Alla fine del secolo, ricevette la medaglia d’argento ai benemeriti della salute pubblica, conferitale personalmente da re Umberto I.
Accanto al busto di Suor Celeste, spicca ancora oggi quello scolpito da Giuseppe Gibellini dedicato ad Alessandro Puglia. Nato a Reggio Emilia ne 1802, Alessandro Puglia fu medico di straordinaria dedizione: affrontò infatti, al fianco di Suor Celeste, la terribile epidemia di colera che colpì Modena nel 1855. Fu Preside della Facoltà di Medicina dal 1848 al 1864 e poi ancora dal 1871 al 1877. Con Giovanni Bezzi e Luigi Vaccà guidò la rinascita del Grande Spedale, che poté così riaprire dopo l'Unità d'Italia.
Un altro personaggio illustre rappresentato nel grande atrio è il medico-chirurgo Giovanni Bezzi. Nato a Reggio Emilia nel 1822, a dispetto della sua passione per la medicina, fu anche un fervente patriota e per questo costretto a emigrare prima a Parigi poi in Germania per compiere i suoi studi. Rientrato nella sua città natale, Francesco V gli impedì di esercitare la professione di medico a causa del suo impegno politico e per le sue idee liberali. Nel 1859, con la fine del dominio austro-estense, ottenne un incarico all’Università di Modena e, l’anno successivo, la cattedra di chirurgia operativa che ricoprì fino al suo pensionamento nel 1902.
Ultimo, ma non meno importante, il busto del medico Luigi Vaccà. Ottenne nel 1840 la cattedra di Materia medica all’Università, incaricato di insegnare Igiene, a cui successivamente si aggiunsero le docenze di Tossicologia, Terapeutica e Farmacologia sperimentale. Intitolato rettore dell’Università di Modena dal 1861 al 1889, In questo periodo dovette più volte lottare per evitare la soppressione dell’Ateneo, per potenziare le attività e per equipararlo agli altri prestigiosi istituti italiani. Fondò il Consorzio universitario e promosse la costituzione del Gabinetto di Farmacologia.