Immagini che nascono dalle parole. È ciò che avviene con l’intelligenza artificiale quando è la compilazione del “prompt”, non l’inquadratura o la messa a fuoco, a determinare il risultato che vediamo. Parte anche da qui la riflessione su cos’è la fotografia oggi, sia dal punto di vista tecnico che da quello percettivo, sviluppata dall’artista belga Mishka Henner con la mostra “Seeing is Believing. Vedere per Credere”, la sua prima personale in Italia che Fondazione Ago propone a Modena da venerdì 6 marzo.
La mostra, a cura di Chiara Dall’Olio, presenta a Palazzo Santa Margherita (via Canalgrande 103) oltre 30 opere completamente inedite e si sviluppa in quattro sezioni nelle quali il documento fotografico è utilizzato come mezzo per esplorare la contemporaneità e dove credibile non significa reale e tantomeno vero.
Si parte proprio dal linguaggio, dal tentativo di raccontare con le sole parole cos’è oggi la fotografia, per poi passare a due sezioni di immagini create con l’IA (fotografie di eventi biblici e di icone dei santi realizzate come fossero istantanee d’epoca) e chiudere il percorso con una visione contemplativa e immersiva della luce, la forma di energia indispensabile creatrice delle immagini tanto sulla carta quanto sullo schermo.
“La mostra – spiega Chiara Dall’Olio – esplora il ruolo dell’immagine fotografica e i sistemi di credenze nella contemporaneità, in un mondo in cui la fotografia, pur non più legata alla macchina fotografica, è comunque l’elemento principale di ogni comunicazione e ha un ruolo centrale nelle nostre vite: crediamo, infatti, più a ciò che vediamo che a quello che leggiamo o ci viene raccontato. E le immagini fotografiche, proprio come le immagini sacre medievali a cui Henner si rifà, attualizzandole, nelle iconografie dei santi, sono portatrici di messaggi e di storie, rivelatrici di sistemi culturali e di potere: vedere per credere, appunto”.
La mostra “Seeing is Believing. Vedere per Credere” si può visitare dal 6 marzo al 3 maggio dal mercoledì al venerdì dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19; al sabato, alla domenica e nei festivi a orario continuato dalle 11 alle 19. Ingresso: 10 euro (ridotto 5 euro), con agevolazione per i residenti in provincia di Modena (7 euro). Ingresso libero per tutti la prima domenica del mese, per i residenti anche ogni mercoledì, come da tradizione di Fondazione Ago. Visite guidate al sabato alle 17, su prenotazione ma senza costi aggiuntivi. Informazioni: www.agomodena.it.
Le sezioni della mostra
La prima sezione della mostra è, non a caso, tutta di parole. Con “The Word. La parola” viene presentata la raccolta di migliaia di definizioni trovate in questi mesi sui motori di ricerca italiani per “La fotografia è” che aggiorna un’analoga iniziativa realizzata da Henner nel 2010 in inglese. L’installazione propone una variegata testimonianza di come sia precipita oggi la fotografia, un insieme di voci contrastanti che rifiuta di identificarsi in un'unica definizione, rivelando invece come la fotografia sia sempre più un sistema fluido e instabile plasmato dalla tecnologia, dalla cultura e dalle convinzioni. “Prima di incontrare qualsiasi immagine – afferma Henner - iniziamo dal linguaggio stesso, dalle sue contraddizioni, dai suoi rituali e dal terreno instabile su cui si fonda la nostra fiducia nelle immagini”. In occasione della mostra viene pubblicata una nuova edizione di “Photography Is”, l’opera di Henner del 2010, interamente incentrata sull'espressione italiana "La fotografia è...".
Nella seconda sezione, “The Relic. La reliquia”, sono esposte una serie di fotografie Polaroid create con l’IA che raffigurano eventi biblici tratti dal Nuovo e dall'Antico Testamento come fossero state scattate da testimoni degli eventi: per esempio, la moglie di Lot trasformata in statua di sale con la distruzione di Sodoma sullo sfondo, il profeta Giona nella balena, il sacrificio di Isacco, l’approdo dell’Arca di Noe, l’abbandono della Torre di Babele, l’Ultima Cena. Sono opere che, generate utilizzando combinazioni di testo biblico, pittura medievale, ricerca archeologica e ricostruzioni storiche di abiti e paesaggi, vogliono apparire come oggetti usurati dal tempo, autentiche (false) Polaroid di migliaia di anni fa. Lo straniamento provato di fronte ad esse, fotografie impossibili, ma immagini credibili, invitano l'osservatore a chiedersi perché le prove sembrino più persuasive quando appaiono antiche e quanto sia facile manipolare l'autorità visiva. Per Henner “l’oggetto-reliquia diventa una lente per esaminare il nostro appetito di autenticità e il fragile confine tra fede in ciò che vediamo, finzione e documentazione fotografica”.
La terza sezione (“The Icon. L’icona”) presenta una serie di ritratti fotografici di santi generati dall’IA a partire da immagini e icone medioevali, che riecheggiano e allo stesso tempo si discostano da quelle realizzate dai pittori del XII e XIV secolo. Se nelle icone pittoriche la sacralità dei personaggi ritratti era rappresentata da segni iconograficamente codificati – spazio appiattito, fondo oro, attributi simbolici – queste fotografie fanno l'opposto: riportano i santi al presente come figure riconoscibilmente umane. “I volti sono materici, l'illuminazione naturale, le espressioni intime, e si discostano così completamente – sottolinea Chiara Dall’Olio - dalla ieraticità delle immagini medioevali. Passando dal simbolico al corporeo, queste immagini riducono la distanza tra osservatore e soggetto, invitandoci a immaginare i santi non come figure remote e idealizzate, ma come persone che avrebbero potuto trovarsi davanti a una macchina fotografica”. Le immagini dei santi create da Henner con l’IA sono più realistiche delle icone o dei dipinti da cui partono, risultando credibili. “Con queste opere - afferma Dall’Olio - Henner dimostra come, nel campo dell’immagine fotografica, credibile non significhi reale, evidenziando come il documento fotografico, oggi più che mai, vada guardato non come portatore di verità ma come punto di partenza per esplorare la contemporaneità”.
La quarta sezione è “The Light (New Light). La luce (nuova luce)”: un unico grande schermo che fluttua, quasi impercettibilmente, immergendo lo spazio espositivo con le tonalità dell'intera gamma dei colori digitali, oltre 16 milioni di sfumature che cambiano lentamente, una ogni tre secondi, consentendo così di vederle comparire tutte nell’arco della mostra. Come una moderna vetrata istoriata, l’opera mostra l'infrastruttura sottostante ogni immagine: la luce. “Che sia analogica, digitale, creata dall’uomo o dalla macchina, la fotografia – evidenzia Dall’Olio - resta indissolubilmente legata alla luce, quella che entrando nell’obiettivo impressiona la pellicola, o il sensore digitale, così come quella emessa dallo schermo che ci mostra l’immagine”.
L’artista
Mishka Henner, nato nel 1976 a Bruxelles, vive e lavora nel Regno Unito e il suo lavoro è dedicato a esaminare come i sistemi di visione – tecnologici, politici e culturali – plasmano ciò che sappiamo e crediamo del mondo.
Dal 2010, Henner si è rivolto a satelliti, feed di sorveglianza e intelligenza artificiale come suoi strumenti, rivelando infrastrutture e reti di immagini che operano oltre lo sguardo umano. Dai poligoni censurati di Dutch Landscapes (2011) alle astrazioni industriali di Feedlots (2012-13), fino alle visioni generate dall'Intelligenza Artificiale di The Fertile Image (2020) e Search History (2024), le sue opere tracciano una fascinazione persistente per il modo in cui le immagini producono potere e significato.
La pratica di Henner tratta la fotografia non come un mezzo di verità, ma come un sistema, capace di replicazione, manipolazione e credenza. I suoi progetti in corso, tra cui The Last Judgement (2025), un podcast che resuscita artisti e pensatori scomparsi per criticare i viventi, estendono questa indagine sulla voce, l'autorialità e l'artificio dell'autorità.
Le sue opere sono state esposte in istituzioni internazionali come il Museum of Modern Art (New York), il Metropolitan Museum of Art (New York), il Centre Pompidou (Parigi e Metz), il Victoria & Albert Museum (Londra), la Pinakothek der Moderne (Monaco di Baviera), il Turner Contemporary (Margate) e la Hasselblad Foundation (Göteborg). Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche come il Centre Pompidou, la Tate, la National Gallery of Art (Washington D.C.), il Museum of Modern Art (New York), il Metropolitan Museum of Art (New York) e il Victoria & Albert Museum (Londra).
Nel 2013 Henner ha ricevuto l'Infinity Award for Art dell'International Center of Photography ed è stato selezionato per il Deutsche Börse Photography Prize (2013) e il Prix Pictet (2014).